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Il ragù della nonna…non la mia

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Premetto, io sono toscana, mia madre e mia nonna no. In Toscana è molto forte la tradizione agricola e quella della caccia.

Quando andavo alle elementari, avevamo il tempo pieno e restavamo a scuola a mangiare. Ci veniva chiesto di portare in un panierino qualcosa per il pranzo. Mentre io ogni volta, estraevo una triste mozzarella, o una anemica frittata, i miei compagni stendevano una gioiosa tovaglietta a scacchi bianchi e rossi e scodellavano pietanze dagli aromi inebrianti: polenta con ragù di cinghiale, pollo alla cacciatora, e così via.

 

Ho provato a convertire mia madre e mia nonna, che all’epoca si occupavano delle mie vivande, ma senza nessun risultato. Mia nonna, non era una “nonna da cottura lenta e amorevole”, era una grande donna, ma in cucina era un po’ come una vespa in un barattolo, non vedeva l’ora di uscire. Quante patate bruciacchiate attaccate alla pentola, che veniva regolarmente messa fuori della finestra, ci hanno costrette al piano “b”.

Io, invece, avrei potuto perdermi per ore ad intercettare ogni singolo ingrediente annusando i vapori di un delizioso ragù che borbottava allegramente nella pentola delle nonne altrui.

 

La cucina è pazienza tenerezza, arte, dedizione, fantasia, tradizione, amore per la propria terra, e per tutto ciò che la rende unica. Per cucinare ci vuol tempo, una materia prima degna e le capacità.

Per fortuna c’è chi può farlo per noi. Quando io ho voglia di qualcosa di buono, confortevole, che mi riporti indietro nel tempo, senza rinunciare alla qualità e non ho tempo di cucinarmelo con il dovuto rispetto, apro la dispensa e scelgo uno dei ragù Number One. Sono sicura di chi li ha fatti e di come li ha cucinati. Dopo averlo versato nella pentola, lo ascolto borbottare sopra il fuoco e come quando ero piccola, resto incantata dai suoi profumi e penso a quanto sarebbe stata contenta mia nonna se lo avesse conosciuto.

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